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Galliani: “Il calcio italiano non vince più”. Poi la stoccata all’Inter su Calciopoli
Tra gli ospiti presenti al “Global Launch of the 100’s” dello European Golden Boy c’era anche Adriano Galliani. L’ex amministratore delegato di Milan e Monza ha affrontato diversi temi legati alla situazione del calcio italiano, soffermandosi soprattutto sul gap economico con le grandi potenze europee e sulle difficoltà della Serie A nel tornare ai vertici internazionali.
“Le big europee hanno ricavi doppi rispetto alle italiane”
Nel suo intervento, Galliani ha spiegato come il principale ostacolo per i club italiani sia rappresentato dalla differenza di fatturato rispetto alle squadre straniere più forti.
“Quelle che hanno vinto la Champions negli ultimi anni hanno tutte il doppio dei fatturati delle big italiane. Il Real Madrid fattura un miliardo e 200 milioni, mentre le italiane che fanno meglio fanno 400-450 milioni con le plusvalenze. Perché prima vincevamo e ora non più? Perché avevamo i migliori giocatori. L’ultimo a vincere il Pallone d’Oro giocando in Italia è Kaka nel 2007”.
Secondo Galliani, anche la distribuzione internazionale dei diritti televisivi penalizza la Serie A rispetto ad altri campionati europei.
“I diritti all’estero poi fai fatica a venderli per diversi motivi: l’Inghilterra non fa fatica perché parla inglese. La Liga viene venduta nei paesi di lingua spagnola, mentre la lingua italiana la parlano nel Canton Ticino e basta”.
“Servono stadi moderni per crescere”
Tra le possibili soluzioni per rilanciare il movimento calcistico italiano, il dirigente brianzolo ha indicato con decisione la necessità di costruire nuovi impianti.
“Per incrementare i fatturati servono prima di tutto gli stadi. Un impianto bello aiuta anche a vendere i diritti tv, perché con stadi brutti e mezzi vuoti gli stranieri non si interessano. Una volta eravamo un campionato di arrivo, ora siamo un campionato di transito”.
La frecciata all’Inter ricordando Calciopoli
Nel finale dell’evento, Galliani ha condiviso il palco con Fabio Capello e, parlando degli scudetti conquistati dall’allenatore ai tempi della Juventus, ha lasciato spazio anche a una battuta destinata a far discutere.
“Capello aveva vinto anche due scudetti sul campo con la Juventus. L’unico caso del mondo con il terzo che diventa primo, in cielo gli ultimi diventano i primi, sulla terra i terzi sono diventati primi”.
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Milan, il metodo Amorim convince lo spogliatoio: intensità, dialogo e fiducia al centro del progetto
Ruben Amorim sta lasciando il segno fin dai primi giorni della sua esperienza sulla panchina del Milan.
Il tecnico portoghese non si è limitato a introdurre nuove idee tattiche, ma ha portato anche un diverso modo di gestire il gruppo, basato sul dialogo, sulla fiducia reciproca e sull’attenzione verso ogni singolo calciatore.
Durante il ritiro estivo e la tournée in Australia, l’allenatore ha dimostrato di voler instaurare un rapporto diretto con tutti i componenti della rosa. Non fa distinzioni tra veterani e giovani, dedicando lo stesso tempo e la stessa disponibilità a ciascun giocatore. Un approccio che sta contribuendo a creare un ambiente sereno e partecipativo, nel quale ogni elemento si sente coinvolto nel progetto tecnico.
Un rapporto costruito giorno dopo giorno
Ogni allenamento segue un rituale ben preciso. Amorim e il suo staff arrivano al centro sportivo con largo anticipo per preparare il materiale necessario e organizzare le esercitazioni. Quando i calciatori raggiungono il campo, il tecnico li accoglie personalmente, salutandoli uno a uno e creando fin da subito un clima positivo.
Anche se non padroneggia ancora perfettamente la lingua italiana, il tecnico sta accelerando il proprio percorso di apprendimento perché considera fondamentale comunicare direttamente con lo spogliatoio. Nel frattempo utilizza l’inglese e il linguaggio del corpo, riuscendo comunque a trasmettere con chiarezza le proprie indicazioni.
Prima dell’inizio della seduta, la squadra si riunisce in cerchio per ascoltare il programma di lavoro della giornata. Si tratta di un breve momento di confronto utile per spiegare gli obiettivi dell’allenamento e coinvolgere il gruppo prima di iniziare le esercitazioni.
La tattica è il cuore del lavoro
Sul campo emerge con chiarezza l’identità calcistica che Amorim vuole costruire. Dopo una fase iniziale dedicata alla preparazione atletica, il pallone diventa il protagonista assoluto delle sedute.
L’allenatore insiste in particolare sui movimenti collettivi, sulle distanze tra i reparti e sull’organizzazione sia in fase offensiva sia quando la squadra perde il possesso. L’idea è quella di sviluppare un calcio dinamico, caratterizzato da pressing alto, costruzione ragionata e grande coraggio nell’occupazione degli spazi.
Le esercitazioni vengono ripetute più volte per automatizzare i meccanismi di gioco, ma senza toni esasperati. Amorim preferisce correggere con calma, dialogando con i giocatori e spiegando ogni dettaglio piuttosto che ricorrere a richiami plateali.
Allenamenti intensi, ma più tempo per recuperare
Un’altra novità riguarda la gestione della giornata. Il Milan svolge una sola seduta quotidiana, particolarmente intensa e ricca di contenuti, lasciando però ai calciatori diverse ore libere per recuperare energie fisiche e mentali.
La filosofia del tecnico è quella di evitare un’eccessiva pressione fin dall’estate. Per questo motivo non sono previsti lunghi ritiri in isolamento: quando possibile, i giocatori possono trascorrere il tempo libero con le proprie famiglie o dedicarsi al relax. Anche durante la permanenza in Australia sono stati programmati momenti lontani dal campo, con l’obiettivo di favorire l’equilibrio del gruppo e affrontare una stagione che si preannuncia lunga e impegnativa.
Il metodo Amorim sembra quindi fondarsi su un equilibrio tra disciplina e libertà, intensità e serenità. Un modello che, almeno in questa prima fase della preparazione, sta raccogliendo segnali positivi e contribuendo a rafforzare lo spirito di squadra del nuovo Milan.
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Milan, Gimenez verso l’addio? Cambia la valutazione e la Lazio osserva
Santiago Gimenez potrebbe essere uno dei protagonisti delle prossime settimane di calciomercato.
L’attaccante messicano, rientrato a Milanello dopo gli impegni con la propria Nazionale, è chiamato a convincere il nuovo tecnico Ruben Amorim, ma il suo spazio all’interno della rosa rossonera appare sempre più ridotto.
L’arrivo di Gonçalo Ramos ha aumentato la concorrenza nel reparto offensivo, mentre la conferma di Francesco Camarda rappresenta un’ulteriore scelta in prospettiva per il Milan. In un sistema di gioco che prevede un’unica punta centrale, Gimenez rischia quindi di partire indietro nelle gerarchie, rendendo più concreto uno scenario di cessione prima della chiusura del mercato estivo.
Il Milan fissa una nuova valutazione
Acquistato dal Feyenoord nel gennaio 2025 per una cifra superiore ai 30 milioni di euro, il centravanti ha vissuto una stagione complicata tra prestazioni al di sotto delle aspettative e un lungo stop causato da un infortunio alla caviglia. Anche le recenti apparizioni con la Nazionale messicana non hanno contribuito a rilanciarne le quotazioni.
Per questo motivo la dirigenza rossonera starebbe valutando eventuali offerte, con l’obiettivo di trovare una soluzione vantaggiosa sia dal punto di vista tecnico sia da quello economico. Una cessione vicina al valore di bilancio consentirebbe infatti al club di limitare l’impatto dell’investimento effettuato e, in determinate condizioni, anche di registrare una plusvalenza.
La Lazio segue la situazione
Tra le società interessate al classe 2001 figura anche la Lazio, alla ricerca di un nuovo centravanti per il progetto tecnico guidato da Gennaro Gattuso. Il profilo di Gimenez è ritenuto interessante, ma al momento non si è ancora passati a una vera trattativa.
Il principale ostacolo riguarda la formula dell’operazione. Il Milan preferirebbe una cessione a titolo definitivo, mentre il club biancoceleste valuterebbe con maggiore interesse un prestito, magari con diritto o obbligo di riscatto a determinate condizioni.
Agosto sarà decisivo
Le prossime settimane saranno fondamentali per definire il destino dell’attaccante messicano. Gimenez continua a sperare di conquistare spazio con la maglia rossonera, ma molto dipenderà dalle decisioni della società e dall’eventuale arrivo di offerte convincenti. Con il mercato ancora aperto, il suo futuro resta tutto da scrivere e agosto potrebbe rappresentare il mese decisivo per capire se proseguirà l’avventura al Milan oppure inizierà una nuova esperienza in Serie A o all’estero.
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Addio a Franco Baresi, il difensore che ha trasformato il numero 6 in un simbolo
Per molti appassionati di calcio, il ruolo del difensore ha assunto un significato diverso grazie a Franco Baresi.
In un’epoca in cui l’attenzione era quasi sempre rivolta ai grandi bomber, il capitano del Milan dimostrò che una partita poteva essere decisa anche dall’intelligenza tattica, dalla leadership e dalla capacità di leggere il gioco con qualche secondo di anticipo rispetto agli avversari.
Chi ha iniziato a seguire il calcio tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta ricorda perfettamente quanto il suo nome fosse sinonimo di affidabilità. Osservare Baresi significava capire che difendere non era soltanto contrastare gli attaccanti, ma organizzare l’intero reparto arretrato, guidare i compagni e impostare l’azione fin dal primo pallone.
La forza dell’intelligenza calcistica
Uno degli aspetti che rendevano speciale Franco Baresi era la capacità di annullare anche gli attaccanti più forti del panorama mondiale. Le sue prestazioni non erano frutto della sola tecnica, ma soprattutto di una straordinaria lettura delle situazioni di gioco. Anticipi, posizionamento e senso del tempo gli permettevano spesso di risolvere le azioni prima ancora che diventassero pericolose.
Tra gli episodi più ricordati della sua carriera resta la finale del Mondiale del 1994. Nonostante fosse appena rientrato da un infortunio al ginocchio, riuscì a disputare una gara di altissimo livello contro il Brasile, limitando anche campioni del calibro di Romário e confermando ancora una volta il proprio valore internazionale.
Il simbolo del Milan
Sotto la guida di Arrigo Sacchi e successivamente di Fabio Capello, Baresi divenne il leader indiscusso di una delle squadre più forti della storia del calcio. La sua presenza trasmetteva sicurezza a tutto il reparto difensivo e contribuì in modo determinante ai successi conquistati dal club rossonero in Italia e in Europa.
In quegli anni sulle maglie non comparivano ancora i cognomi dei giocatori. Eppure bastava vedere il numero 6 del Milan per sapere immediatamente chi fosse in campo. Quel numero è diventato parte della sua identità, al punto da rappresentare ancora oggi uno dei simboli più riconoscibili della storia rossonera.
Un’eredità destinata a rimanere
Franco Baresi ha lasciato un segno che va ben oltre i trofei conquistati. Ha insegnato che un grande difensore può influenzare una partita quanto un attaccante, facendo della disciplina, dell’eleganza e della visione di gioco le proprie armi migliori. Ancora oggi il suo nome viene citato come modello per chiunque voglia interpretare il ruolo con intelligenza e personalità, dimostrando che la vera grandezza non si misura soltanto con i gol, ma anche con la capacità di guidare una squadra e di entrare nella storia del calcio.
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